L\'ultima dimora

3' di lettura 01/08/2008 -

Nella nostra provincia il culto dei morti è particolarmente vivo soprattutto a novembre, il mese dedicato ai nostri cari defunti. I cimiteri sono curati come piccoli giardini, anche se le tombe e le lapidi si adeguano sempre più velocemente alle mode dei tempi.



La storia inizia dopo la battaglia di Campoformio. Infatti l\'editto di Saint Cloud, emanato nel 1804 da Napoleone, stabilì che le tombe venissero poste al di fuori delle mura cittadine, in luoghi soleggiati e arieggiati, e che fossero tutte uguali, solo con nome, cognome e date. Si voleva così evitare discriminazioni tra i morti. Per i defunti illustri, invece, era una commissione di magistrati a decidere se far scolpire sulla tomba un epitaffio. Questo editto aveva quindi due motivazioni alla base: una igienico-sanitaria e l\'altra ideologico-politica. Nel maceratese la maggior parte dei cimiteri vennero insediati nei chiostri dei conventi precedentemente indemaniati. Così accadde a Macerata, il cui cimitero, pur non avendo caratteri stilistici tali da essere definito monumentale, meriterebbe un po\' più d\'attenzione. Infatti, nonostante il recente restauro, versa come la città dei vivi in condizioni di degrado ambientale e paesaggistico.


La storia dell\'ultima dimora trae origine da una apparizione avvenuta ai primi del Quattrocento alla \"Fons sabati\", quella che si trova alla destra del cimitero, lungo la strada che conduceva e conduce \"ad pedem Ripe, da cui Piediripa. Dopo il miracolo, nel 1469 venne costruita la chiesa di Santa Maria della Fonte detta anche Santa Maria in Sabbato che, dopo il provvedimento di soppressione e demaniazione del complesso edilizio, nel 1811 venne trasformato in cimitero comunale. Dell\'antica chiesa con tredici altari e dell\'annesso convento degli Agostiniani della Congregazione Lombarda si conservano: il chiostro con viae Crucis in cotto del Piani, parte della facciata (alcune statue romane che ornavano le nicchie furono trasferite nell\'atrio del Palazzo comunale) e la cappella intitolata alla visitazione di Maria SS. a Santa Elisabetta. Sempre sulla facciatina è affisso lo stemma della famiglia Calcagni.


Una volta arrivati al primo chiostro, quello ottocentesco, progettato dall\'ingegnere comunale Agostino Benedettelli, ci si trova di fronte a un bunker cementizio con scossaline azzurrate: è la tomba della famiglia Russo, progettata in stile post antico dall\'architetto Mario Crucianelli sul finire degli anni Settanta. Un po\' più in là c\'è un sarcofago con una sovrastante plastica pista: è la tomba progettata dagli architetti Castelli e Martelletti per ricordare con un certo pathos l\'ultima corsa dei fratelli Moretti. Il porticato di sinistra è quello dove hanno trovato sepoltura i canonici del Duomo. Dal primo al secondo fino al terzo chiostro, tra cenotafi con epitaffi dal sapore romantico e piramidi egizie che evocano i Faraoni, calpestando chiusini si arriva alla camera mortuaria dove svetta la teschiuta tomba di famiglia dei Broglia.


Forse l\'ultima opera di un certo rilievo ornamentale progettata da un architetto, Giuseppe Felici, ed eccoci al muro di cinta dove l\'ebreo Ludovico Zdekauer aveva trovato l\'ultima dimora. Della \"palazzina\" inizio novecento aveva scelto il terzo piano, l\'attico. Lo Zdeauker, insigne professore di paleografia dell\'Università di Macerata, giace dal 1915 sopra all\'insigne ebanista Diomede Pantaloni. Alcuni anni fa, prima che venisse costruita l\'ala nuova, un necroforo baffuto demolì il rivestimento di candite piastrelle in ceramica. Che non abbia pagato l\'equo - canone? Che i parenti non abbiano pagato il canone luminario? Non c\'è dato sapere. Comunque sembra che i necrofori abbiano fatto un saggio o un monitoraggio, come si dice ora, per vedere se la salma fosse ancora conservata all\'interno del fornetto. Tutto tranquillo, all\'interno del 349 c\'è una cassa con dentro le misere spoglie dello storico, anche se qualcuno avrebbe dovuto rimettere su la targa e l\'epigrafe.


Il viaggio tra loculi e fornetti, camposanto e ossario potrebbe continuare verso le nuove espansioni databili da lapidi sempre più minimaliste, fioriere, epigrafi, foto a colori, alloggi popolari e villini unifamiliari che rappresentano il culto sempre più laico del nostro tempo.








Questo è un articolo pubblicato il 01-08-2008 alle 01:01 sul giornale del 01 agosto 2008 - 1037 letture

In questo articolo si parla di cultura, macerata, gabor bonifazi, architetto