L\'arte del bere ed il bere nell\'arte

2' di lettura 04/10/2008 -

Se come si è visto scrittori del calibro di Hemingway, Lord Byron e Edgar Alan Poe o poeti maledetti come Charles Baudelaire hanno trovato rifugio e ispirazione nell\'alcool e nelle osterie, il tema del vino riappare nelle pennellate di pittori diversi in diverse epoche.



E per ragioni differenti.


Se si esclude la raffigurazione dei banchetti dell\'Antica Roma sui triclini, uno degli esempi eccellenti lo troviamo nei dipinti di Caravaggio. Il Bacco adolescente non viene raffigurato come il classico Dioniso, dio del Vino e dell\'ebbrezza, ma in una posizione più languida e lasciva. Egli, con la sua figura androgina, tiene in mano una coppa simbolo di Cristo che si sacrifica per l\'umanità. Il vino qui si impernia di un significato cristiano perdendo le caratteristiche che la tradizione è solita conferirgli, quelle del gaudeamus.


Ma certo è alla fine dell\'Ottocento, in Francia, che si possono trovare i casi più esemplari legati al vino e all\'alcolismo. In questo periodo il movimento impressionista non solo cattura attraverso la percezione della retina la natura che ci circonda rappresentata con fugaci tocchi di pennello: agli impressionisti interessa la vita dell\'uomo e coglierne l\'essenza. Edgar Degas, il celebre pittore parigino delle ballerine, in questo è un grande maestro. Proprio lui infatti tra il 1875 e il 1876 ci racconta senza moralismi la realtà di un momento esistente, il mondo della povera gente, attraverso il quadro l\'Absinthe. Qui, al centro della composizione, è la bottiglia di assenzio vuota. I due personaggi, artisti dall\'aspetto sfatto e alienato, sembrano guardare nel vuoto, assopiti dallo stordimento provocato dalla bevanda. In una parola: assenti. Una condizione percepibile non solo da questi sguardi vuoti, privati di qualsiasi vitalità, ma addirittura dal loro stesso riflesso. Dietro di loro, un grande specchio che decora la parete del bistrot non riflette la loro immagine, ma loro ombra.


Il bere del resto, resta anche un tema dell\'americano Eduard Hopper che in Nigthsthawks, nel 1942, descrive il lungo bancone del bar con i suoi clienti/bevitori da un punto di vista insolito: da fuori, dalla strada, attraverso il filtro della vetrina. Ma qui tutta la composizione è irreale, anzi, surreale. Il vetro ipertrasparente mette in mostra l\'interno del caffè in un silenzio assordante. I tre uomini e l\'avvenente signora, lontani dall\'umanità bohèmien di Degas, sembrano essere manichini: uomini di plastica di un\'America dall\'atmosfera che sembra appartenere a un sogno metropolitano di cui non si immagina la fine.









Questo è un articolo pubblicato il 04-10-2008 alle 01:01 sul giornale del 04 ottobre 2008 - 1016 letture

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