San Severino: Palio dei Castelli, gioco della battagliola

battagliola paciaroni 3' di lettura 03/06/2009 - Quando non si combatteva, nel Medioevo, ci si preparava a farlo. Fin da bambini, infatti, era un comportamento “usuale” e per certi versi anche suggerito, quello di giocare alla battaglia. Ossia scontrarsi a mani nude, o a sassate, o con bastoni e armi di legno, tra gruppi di adolescenti di diversi quartieri.

Queste “battagliole” sono l’oggetto dello studio storico di Raoul Paciaroni del 2009, dal titolo “Il gioco della battagliola a Sanseverino e in altre città delle Marche”, che l’Associazione Palio dei Castelli pubblica per l’ottavo anno consecutivo in occasione dei festeggiamenti del Patrono San Severino.

Lo storico Paciaroni analizza le battagliole sia dal punto di vista sociale che filologico, da quello amministrativo e da quello giuridico. Sì, perché le stesse normative statutarie del Comune, in un’apposita rubrica, già nel 1426 si occupavano di questi scontri, normalmente tollerati ma proibiti in determinate situazioni. Si incorreva in multe se la battagliola recava danno a terzi – solitamente gente al lavoro – o se i colpi ferivano gravemente qualcuno.


Erano infatti reali i sassi lanciati dai ragazzi, come reali erano le armi da tiro usate, tanto che la battaglia “per finta” troppo spesso finiva col sangue di qualche partecipante. Dopo diversi episodi sfociati in gravi incidenti, sul finire del quattrocento il Consiglio di Credenza settempedano stabilì che con le battagliole bisognava farla finita. Pesanti sanzioni pecuniarie rafforzavano il divieto, ma si sa come sono fatti i ragazzi. Tanto che, a secoli di distanza, chi ha vissuto l’ultima metà del secolo scorso se le ricorda ancora bene le battaglie tra i ragazzi di Castello, di San Rocco, Piazza Padella o San Lorenzo. Così come ricorda sicuramente che non ci si combatteva a colpi di Play Station, le ferite che si riportavano a casa sanguinavano davvero.


Un fenomeno diffuso in tutto il centro Italia e in genere anche nel settentrione, durante il Medioevo, quello delle battagliole. Umbria e Toscana sono stati territori su cui diversi studiosi si sono avventurati per studiare questi scontri, quasi totalmente ignorati dalla storiografia nazionale. Raoul Paciaroni si concentra su Sanseverino, poi allarga lo sguardo alle Marche: da nord a sud, dai grandi centri come Ancona e Ascoli Piceno ai piccoli borghi come Camerino o Cagli, passando per Jesi, San Ginesio e altre città della regione, il fenomeno delle battagliole è presente ovunque, in quegli anni. D’altra parte, la giovinezza e il campanilismo – anche e soprattutto di quartiere – erano presenti in ogni centro abitato. In parte anche da quelle esperienze hanno preso origine le contese che oggi queste città rievocano.

Un lavoro ovviamente supportato da un completo apparato bibliografico, quello del Paciaroni, che in appendice riporta anche le norme trascritte dallo Statuto del 1426, quando si vietò ai ragazzi di fare combattimenti. «Credo sia questa la vera e unica strada da percorrere per un’offerta di qualità – commenta il Presidente dell’Associazione Palio dei Castelli Fabio Orlandani – ossia una ricerca documentata di quanto si vuole rappresentare, supportata da una maniera di vestire, comportarsi, giocare, cantare, danzare e… guerreggiare, che rispecchi al meglio la vita di quei tempi».





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 03-06-2009 alle 16:55 sul giornale del 03 giugno 2009 - 773 letture

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