Macerata: delitto Sarchiè, interrogati i Farina che ora chiedono perdono alla famiglia

1' di lettura 15/10/2015 - Sette ore di processo ed il rinvio alla prossima udienza, il 2 dicembre. Una giornata ad alta tensione quella del 14 ottobre al tribunale di Macerata nel processo a Salvatore e Giuseppe Farina.

“Chiedo perdono per quello che ho fatto. Non sono un assassino”. Questo è quello che ha affermato Giuseppe Farina: una richiesta che ha scatenato la reazione di Ave Palestini, la moglie della vittima: “Non provare a chiedere perdono – ha tuonato in aula la donna – il perdono non arriverà mai”. Farina senior inoltre, nel corso dell’udienza, ha tentato di discolpare il figlio che, secondo gli investigatori invece avrebbe appoggiato il padre nell’omicidio del commerciante di pesce sambenedettese.

Farina ha anche spiegato il motivo di quel brutale omicidio: “L’ho ucciso – ha affermato – perché parlava male di me”. Una giustificazione assurda che genera anche più rabbia. Ha raccontato che a Seppio, nel luogo dell’agguato, gli avrebbe sparato due volte ferendolo soltanto, quindi lo avrebbe costretto a salire sul furgone e lo avrebbe portato in località Valle dei Grilli finendolo con altri colpi di pistola.

Una versione che gli avvocati della famiglia Sarchiè Mauro Gionni e Orlando Ruggeri, hanno giudicato contraddittoria sotto tutti i punti di vista, una specie di autogol per l’imputato siciliano.

Il figlio di Farina sentito più tardi durante l’udienza, ha accusato il padre di essere un mostro e di non aver partecipato all’omicidio, anzi di non essere nemmeno a conoscenza delle intenzioni del genitore.

I familiari di Pietro non considerano vera neanche questa confessione e hanno ribadito che la pena giusta per entrambi non può essere che l’ergastolo.


di Roberto Guidotti  
redazione@viveresanbenedetto.it





Questo è un articolo pubblicato il 15-10-2015 alle 22:08 sul giornale del 16 ottobre 2015 - 475 letture

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