Montelupone: riflessioni e moniti del vescovo Marconi per l'inaugurazione del nuovo presbiterio di san Firmano

3' di lettura 18/09/2016 - Le parole di monsignor Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata, non sono mai scontate, ma sempre mirate, dirette e quindi comprensibili, originali nei contenuti costruiti su basi teologiche profonde e autentiche, portatrici di riflessioni e di emozioni in chi le ascolta.

Lo scenario: le tre navate della ultramillenaria chiesa romanica di san Firmano (fondata nel X secolo e ricostruita nel XIII°) sono una “custodia di storia” (definizione del vescono), sovrastano un’affollata platea, i bambini delle scuole medie siedono sull’ampia scalinata di diciassette gradini che salgono all’antico presbiterio che sovrasta l’abside, cuore dell’antichissima abbazia che fu costruita 1200 anni fa, e che vide nel 986 padre Frimano, da Acquacanina, suo primo abate. Il nuovo presbiterio, allestito per consolidata consuetudine alla base della scalinata, è stato disegnato dall’architetto Andrea Stortoni e riprende e ricalca alla lettera, a seguito di una sapiente rilettura delle origini, la storia il senso e lo stile di un romanico manufatto storico-religioso scarno, essenziale, aderente all’immaginario che si riferisca a scenari molto antichi: un tavolo al centro, ed era un tavolo, e non un’ara, quello dell’ultima cena che istituì il sacramento della Comunione.

Come ha fatto notare monsignor Carboni, il tavolo-altare è di legno d’ulivo, l’albero dell’olio, quell’olio che entra in tutti i sacramenti, una sostanza reale e anche fortemente simbolica. Il legno del tavolo-altare, immagine per nulla minimalista, è attraversato da una larga venatura di vetro: una trasparenza che, ha sottolineato il vescovo di Macerata, presenta più simbologie: il tavolo-altare è solido, ben ancorato alla terra, ma da esso traspare penetra e sale la luce verso l’alto e verso l’avanti, in uno lancio forte che con la fede proietta l’uomo verso il divino.

Ancora, quella fessura di luce rappresenta le ferite nel costato di Gesù, ma anche la resurrezione, l’uscita dal sepolcro della vita che vince sulla morte. “Con la resurrezione Dio formò un uomo di terra in un uomo di spirito”. La parola di Dio, ha affermato il vescovo, va sparsa come seme: c’è chi ascolta, chi non ascolta, ma il seme è lì e prima o poi può germogliare anche nella mente e nel cuore di chi non ascoltava, di chi era lontano La liturgia, ha spiegato monsignor Carboni, non è fatta a pezzi, ma è un tutt’uno con gli oggetti liturgici e formano un insieme solido, come la fede.

La cerimonia della consacrazione del nuovo presbiterio è stata suggestiva e coinvolgente, in uno scenario fatto di storia e di una profonda e millenaria religiosità che si percepisce sotto le arcate della chiesa. Storia, arte, religione e simboli, tutti insieme e sinergici, generano brividi emotivi. Molto indicativi la riflessione finale e il monito rivolti dal vescovo ai tanti ragazzi seduti sulla scalinata: “Oggi non ci sono più simboli, non contano più. Ma la vera cultura è la rilettura sapiente del passato. Pensate questo e diventerete persone sagge”.








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 18-09-2016 alle 20:01 sul giornale del 19 settembre 2016 - 265 letture

In questo articolo si parla di attualità, Comune di Montelupone, montelupone

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.me/aBkg