Menichelli (Confartigianato): "Capire gli effetti della crisi del 2008 per affrontare quella attuale: cosa ci aspetta"

5' di lettura 11/05/2020 - “Nonostante siano causate da motivazioni profondamente diverse, tutte le crisi, compresa quella finanziaria del 2008, hanno delle caratteristiche comuni che ne determinano gli effetti negativi sulla scena economica e sociale.

Al ripetersi della crisi, le fasi e quindi gli effetti devastanti e le conseguenze sociali e demografiche drammatiche che ne derivano, sono state pressoché le stesse:
- il ricorso massivo alla cassa integrazione per proteggere i livelli occupazionali, attenuare i costi del personale all’interno delle imprese e preservare le competenze tecnico professionali altrimenti a rischio dispersione;
- le difficoltà di accedere al credito e alla liquidità, legate spesso alle richieste di garanzia delle banche e all’acuirsi dei livelli di istruttoria delle pratiche. E’ richiesto inoltre un maggiore livello di merito creditizio, con la conseguente concessione del credito a coloro che ne avrebbero meno bisogno;
- la conseguente chiusura di molte piccole e medie imprese, che pur garantendo quel livello di flessibilità economica ad un intero tessuto produttivo, nei momenti di crisi sono quelle più esposte alla crisi. Sia per motivi legati alla struttura aziendale (sotto capitalizzate o già con un livello di indebitamento importante), sia per il rapporto che hanno con il mercato (sub fornitrici, mono committente, non esportatrici, ecc.);
- l’aumento vertiginoso della disoccupazione adulta e soprattutto di quella giovanile che non trova adeguato aiuto negli ammortizzatori sociali che da soli non riescono a contenere la crisi occupazionale.

A questi effetti si aggiungono la progressiva diminuzione dei nuclei familiari con un tenore di vita medio e l’aumento di quelli poveri o poverissimi, il peggioramento delle prestazioni del sistema di welfare a causa sia delle difficoltà della finanza pubblica, ma anche per l’impoverimento generale della popolazione. Inoltre abbiamo assistito alla paralisi degli investimenti, al fenomeno della sovrapproduzione (per effetto della crisi dei consumi che non riescono più ad assorbire i normali livelli produttivi pre-crisi), alla deflazione e infine alla recessione.

Questa, in breve sintesi, è la fenomenologia della precedente crisi, almeno come gran parte degli italiani l’hanno sperimentata e vissuta sulla propria pelle. Poi sono arrivati gli effetti sociali e psicologici: sono cambiate le abitudini, gli equilibri, le certezze, le risorse e tantissimi stili di vita, la visione del mondo e dei sistemi ed ordini dei valori, senza comprenderne appieno le cause.

Abbiamo anche dovuto affrontare una vera e propria crisi culturale, situazione impegnativa e carica di conseguenze, nella quale si sono messi in dubbio giudizi e valori consolidati e si è esitato a formularne di nuovi. Un’esperienza di sostanziale inadeguatezza degli schemi cognitivi e dei principi morali, abituali e consolidati.

Segue, in maniera molto più lenta, la fase più interessante e positiva, ovvero la ripresa. Il cambio di passo, le rinate prospettive di prosperità, stimolate e sostenute non tanto da provvedimenti governativi, ai quali molti critici hanno attribuito più una efficacia elettorale che economica, ma quanto dall’effetto di forze, di spinte e di agenti che vengono affermati dal comportamento delle imprese e dei loro collaboratori.

Tutto questo, nonostante l’assenza di un progetto collettivo che avrebbe permesso una maggiore spinta identitaria, economica, un moderno rilancio culturale, demografico ed una nuova concezione del lavoro che abbia una sua dimensione etica, di tutele, senza distinzioni abissali tra lavoro dipendente e autonomo. Perché dietro ad ogni lavoro si cela sempre una condizione umana.

Questa è la strada che ci aspetta e la sua lunghezza e durata dipende da quanto saremo capaci di dare soluzioni efficaci e tempestive ad ogni fase ed effetto che impatterà sulla nostra vita lavorativa e sociale, come il credito, il sostegno al lavoro, la facilità e semplificazione nel fare impresa, certezze e valori in cui credere. Ma soprattutto dipenderà dal fatto se saremo o meno capaci di costruire un progetto collettivo che non solo indichi la direzione, ma diffondi fiducia sugli imprenditori e sui lavoratori.

Ecco perché è importante scrivere bene il nuovo Decreto Maggio, un decreto che deve concentrarsi a mio parere, su tre principali filoni: sostegno reale alla liquidità delle imprese, rafforzamento degli ammortizzatori sociali perché la perdita di lavoro è prima di tutto un dramma sociale e poi una dispersione di quel capitale immateriale di cui l’azienda avrà bisogno nella ripartenza, ed infine un significativo intervento di contributi a fondo perduto per quelle imprese danneggiate dagli effetti del covid 19.

Il tutto in un processo di forte semplificazione burocratica ed amministrativa, per evitare che le intenzioni della politica vengano, come spesso accade, vanificate dagli apparati burocratici. Le imprese hanno bisogno di sostegno vero in questo momento, più sarà tempestivo e impattante il decreto e prima e meglio potremo tracciare la fase della ripresa.

L’alternativa ad un intervento dello Stato è quella praticata più volte anche in passato, ovvero l’impresa che si tira su le maniche da sola. Sono convinto che i piccoli imprenditori ce la faranno. E come sostiene il Prof. Sapelli in una sua recente intervista “agli imprenditori più gli sarà lasciato libertà di fare e tanto più avranno successo. Ci sarebbe soltanto una sola legge che andrebbe fatta, che è quella di non fare nessuna legge”.


da Confartigianato Imprese
Macerata - Ascoli Piceno - Fermo





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 11-05-2020 alle 15:03 sul giornale del 12 maggio 2020 - 195 letture

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