I Testimoni di Geova maceratesi hanno scontato 579 anni di carcere per l'obiezione al servizio di leva: quattro testimonianze

9' di lettura 05/09/2020 - Sono stati in centinaia nel Maceratese, tra gli oltre 14.000 obiettori di coscienza condannati e per quasi 10.000 anni di reclusione. È questo il clamoroso risultato di un recentissimo sondaggio realizzato fra i Testimoni di Geova italiani, su quanti di loro hanno pagato il rifiuto alle armi e quanto sia costata loro questa decisione.

Si tratta indubbiamente di un prezzo altissimo per il loro no alle armi espresso chiaramente nei decenni passati. Oggi la giurisprudenza internazionale riconosce l’obiezione di coscienza al servizio militare come uno dei diritti umani fondamentali ma non è stato sempre così.

I Testimoni di Geova hanno sempre ritenuto il servizio militare incompatibile con la loro religione. Secondo uno studio, basato sulle testimonianze di chi ha praticato l’obiezione di coscienza prima che questa fosse consentita dalla legge, è emerso che, tra i Testimoni di Geova italiani attualmente in vita, almeno 14.180 hanno dovuto scontare una condanna per aver rifiutato di prestare servizio militare, tra questi giovani provenienti da tutte le località delle Marche che in totale hanno scontato 579 anni di prigione. Ciò avvenne in larga parte tra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’90. In totale, i partecipanti al sondaggio hanno trascorso in carcere 9.732 anni.

I Testimoni di Geova costituirono "la stragrande maggioranza dei giovani incarcerati per essersi rifiutati di svolgere il servizio militare – commenta lo storico Sergio Albesano – con la loro massiccia adesione al rifiuto di entrare nelle fila dell’esercito, di fatto crearono un caso politico e aiutarono a portare il problema all’attenzione dell’opinione pubblica".

La posizione assunta dai Testimoni obiettori di coscienza colpì anche l’ex Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, che nel 1983 scrisse: "Negli anni Sessanta, quando ero alla Difesa, volli rendermi conto del fenomeno, che andava moltiplicandosi, delle obiezioni militari di coscienza da parte di giovani appartenenti ai Testimoni di Geova. Mi colpì, parlando con loro uno a uno nel carcere di Forte Boccea, la evidente ispirazione religiosa e l’estraneità da qualsiasi speculazione politica; non a caso si sottoponevano ad anni di prigione continuando nel rifiuto di indossare la divisa".

Il giurista Sergio Lariccia rileva: "Oggi l’obiezione di coscienza è inclusa tra i diritti inalienabili dell’uomo e, sebbene le sue origini culturali siano anche religiose, ciò che è stato conquistato ha recato benefici a tutti. Abbiamo un debito di riconoscenza verso coloro che hanno contribuito con la loro vita anche alle garanzie delle nostre libertà".

Bruno Segre, avvocato e giornalista, fondatore de “L’Incontro” e difensore di Pietro Pinna, commenta: "I miei patrocinati furono quasi tutti, tranne qualche obiettore radicale, libero pensatore, anarchico, cattolico negli ultimi tempi, Testimoni di Geova che io ammiravo per il loro assoluto rispetto delle idealità pacifiste, per il loro altissimo livello morale". Anche il contributo di quegli obiettori spinse dunque le autorità ad approvare, dopo anni di discussioni e rinvii, una legge che sanciva nel 1998 il pieno riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza. Il servizio di leva obbligatorio venne poi sospeso nel 2005.

Come anticipato, molti ragazzi provenienti dal Maceratese hanno vissuto l’esperienza del carcere per essere fedeli a propri valori. Adriano Cardelli tra il giugno 1967 e l’agosto 1969 fu rinchiuso tra i carceri di Taranto, Peschiera del Garda, Forte Boccea e Gaeta. "A Barletta, dopo il rifiuto di indossare la divisa, mi portarono in cella di rigore. Ogni sera una decina di militari venivano da me e facevano domande del tipo: "Perché rifiuti di indossare la divisa? In cosa credono i Testimoni di Geova? Cosa dice la Bibbia?" Anche a Gaeta alcuni marescialli facevano sempre domande sulle nostre credenze. Gli altri detenuti fondamentalmente ci rispettavano e apprezzavano per la nostra condotta. Lo stesso i comandanti del carcere. A Gaeta, anche se il regolamento stabiliva che, chi era in cella di isolamento aveva solo un’ora d'aria e le altre 23 si dovevano trascorrere nella cella di due metri e mezzo per un metro e mezzo di larghezza, con una piccola finestra a bocca di lupo, la porta della mia cella rimaneva sempre aperta permettendomi di andare nel bagno vicino e non servirmi del secchio! E' anche vero che le autorità militari facevano pressione perché rinunciassimo alla nostra posizione. Questo è ciò che avvenne nella caserma di Casale Monferrato. Ricordo un episodio particolare: il capitano si trovava nel pianerottolo della caserma al piano superiore. Mi disse di andare da lui, cosa che immediatamente feci, salendo dai quindici ai venti scalini. La domanda fu diretta: “Cosa fa?” Cercai di spiegare, ma non ebbi neanche il tempo di aprire bocca che mi diede uno spintone facendomi ruzzolare giù per le scale. Quando mi alzai, gridando mi chiese se ero ancora dello stesso parere. Alla mia risposta affermativa diede ordine di internarmi nella cella di rigore. Mi venne data solo una coperta militare con la temperatura che di notte scendeva sotto lo zero. Lo studio approfondito della Bibbia e la preghiera mi aiutarono a resistere ed a uscire dalla prigione ancor più convito della mia fede".

Augusto Lanciotti fu recluso tra Forte Boccea, Peschiera del Garda e Gaeta tra il giugno 1970 e il maggio 1972. "Sono stato chiamato per il servizio militare tre volte. La prima volta a Orvieto. In quel periodo ebbi la possibilità di esprimere la mia posizione ad alcuni soldati, in particolare ad un sergente e a un altro militare che venivano a trovarmi spesso e con i quali ragionai piacevolmente in diverse occasioni. Eravamo diventati “quasi amici”, tanto che mi permisero di avere una copia della Bibbia ed alcune pubblicazioni basate su di essa. Ho apprezzato molto il fatto che siano venuti a salutarmi la mattina presto, al mio rilascio. Al secondo richiamo, invece, ero a Bari. Lì mi accadde qualcosa che ricordo con piacere, anche a distanza di molti anni: il cappellano militare era molto gentile e sosteneva con apprezzamento la nostra posizione neutrale e le nostre credenze bibliche, al tal punto da farci avere regolarmente il cibo proveniente dalla mensa degli ufficiali, ben diversa ovviamente da quella dei militari! Al terzo richiamo andai a Vercelli, in quella circostanza ebbi l'opportunità di spiegare il mio rifiuto alle armi al comandante generale, con cui conversai per ben due ore. Fui felice quando tornò insieme al cappellano militare, sicuro che fosse più istruito di me in merito ad argomenti biblici. Invece ammisero il contrario e con mia grande gioia, dissero: ”Lasciamolo in pace questo ragazzo!” Mi diedero il congedo, invece di farmi scontare gli altri 8 mesi".

Alessandro Pascucci si fece un anno esatto di carcere, dal 23 novembre 1987 allo stesso giorno del 1988, tra Roma e Sora. "I contatti con i militari, di solito nostri coetanei erano limitati in quanto avevano l'ordine di non concedere molta confidenza a noi detenuti. Ci furono casi di bullismo e "nonnismo" nei nostri confronti da parte di alcuni caporali che non ci vedevano di buon occhio. In generale come gruppo eravamo ammirati per il comportamento anche se per i militari eravamo dei “pazzi” che stavano sprecando un anno di vita. In un'occasione organizzammo una rappresentazione teatrale basata su un episodio narrato nella Bibbia. Il Comandante del Carcere che a sua volta auspicava qualcosa del genere per la nostra permanenza fu felice di assistervi in compagnia di alti ufficiali, dell'allora Sindaco di Sora e nientemeno che del Vescovo della Diocesi locale. Fu indimenticabile! Tutti apprezzarono meravigliati il nostro lavoro. Ho scontato 366 giorni in carcere, eppure non mi è mai mancata né la serenità né la forza morale, sotto certi punti di vista è stata senz'altro un'esperienza molto formativa".

Siamo già nel cuore degli anni Novanta quando Gabriele Paoli Martorelli fu recluso in carcere dal gennaio al maggio del 1993, a Forte Boccea. "Durante la detenzione, oltre a pulire le nostre camerate e quelle dei militari, ci occupavamo di preparare i pasti e lavare le stoviglie. Eravamo una squadra di una decina di detenuti impegnata nel giardinaggio. Il comandante del carcere fu molto soddisfatto ed espresse ammirazione per la nostra fede quando ripristinammo il giardino della prigione adibito ai colloqui con i familiari. In quel periodo era detenuto Bruno Contrada, numero tre del Sisde, agente segreto e ufficiale di Polizia, che riceveva un trattamento particolare. Noi andavamo a sistemare la sua cella; abbiamo avuto modo di parlargli della nostra posizione neutrale e della nostra fede. Era curioso di sapere perché rifiutavamo il servizio militare. Si dimostrò sempre molto gentile e in un’occasione assisté alla Commemorazione della morte di Cristo, l’evento più importante per noi Testimoni di Geova, organizzato all’interno della prigione E' stato un piacere per noi parlargli spesso del messaggio della Bibbia e dello splendido futuro che essa promette per l'umanità. Posso dire tranquillamente che è stata un'esperienza indimenticabile e altamente formativa per la mia crescita personale".



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Questo è un articolo pubblicato il 05-09-2020 alle 12:53 sul giornale del 07 settembre 2020 - 1625 letture

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