"Il Natale è la mia festa preferita, ma non molliamo proprio ora" L'intervista a Martina, infermiera maceratese al Covid Hospital di Civitanova

8' di lettura 01/12/2020 - Ci siamo quasi abituati a questa pandemia, ai bollettini medici con cifre spaventose; ci siamo quasi abituati alla convivenza con un virus che quotidianamente miete vittime ed ha messo in ginocchio il sistema sanitario italiano e quello di tutti gli altri paesi del mondo. Forse, ci siamo abituati persino alla paura, talmente tanto da non saper guardare più alla straordinarietà della situazione. Straordinarietà che poi, inevitabilmente, riesce a far capolino per ricordarci della sua presenza. Anche con un post pubblicato su Facebook.

È il caso del messaggio che Martina Marinelli - giovane infermiera che dal 27 ottobre lavora presso il Covid Hospital di Civitanova Marche - ha voluto condividere qualche giorno fa sulla sua bacheca. "Di questa esperienza - recita il testo - non dimenticherò mai il primo turno. Entrai nel modulo con le mani che mi tremavano, non riuscivo a respirare sotto tutti quegli strati di roba, avevo caldo, la visiera era già completamente appannata e nella testa girava un solo pensiero: «Ma come faccio a resistere un mese qui?»".

Domanda più che lecita: Martina, del resto, era pratica dei ritmi e delle procedure del suo reparto, quello di Chirurgia presso l’ospedale di Macerata; in fretta, ha dovuto fare i conti con altri tempi, altri luoghi, altri macchinari, altre cure. Con tanto dolore. Con tutto quello, insomma, richiesto da una situazione che lei stessa, in quel post sotto il quale campeggiano tantissimi like, paragona ad una guerra: "Dopo 30 giorni siamo ancora qui, in trincea, rassegnati al fatto che "qui" ci rimarremo ad oltranza, finché anche l'ultimo paziente non sarà guarito".

"Di quella prima notte - prosegue il racconto - non scorderò mai quell'uomo sulla cinquantina che stringendomi la mano mi disse: «Ti prego, fai qualcosa», ma non potevamo fare nulla più di quello che avevamo già fatto per lui. Qualche ora dopo fu intubato e fui io a rispondere alla moglie che chiamò alle 6 di mattina, in lacrime, perché non aveva più sentito il marito per telefono”.

“Alla fine - si conclude così il post di Martina - non so se sia stato un segno del destino o pura casualità, ma io c’ero anche quando quel paziente fu risvegliato, c’ero quando fu riportato da noi in sub-intensiva e fui proprio io la persona a cui chiese di prendergli il cellulare che era stato spento da parecchi giorni. Ricorderò sempre quel «Oh sono tornato» farfugliato al microfono tra il sorriso e le lacrime. Ora è a casa. La sua è solo una delle tante storie che ci passano davanti ogni giorno ma purtroppo non tutte hanno lo stesso lieto fine ed è proprio la paura che leggiamo sui loro occhi la parte più dura di questo lavoro, perché i segni sul volto prima o poi spariranno ma credo che quegli sguardi ce li porteremo dentro per sempre”.

Di tutte quelle storie Martina è quotidianamente testimone; a tutte quelle storie, in qualche modo, col suo post, ha voluto dar voce, la stessa - squillante e pronta - con cui ha risposto alle domande della nostra redazione.

Parliamo subito del tuo post: come mai hai deciso di condividere sui social la tua esperienza?
"Innanzitutto perché mi piace, in generale, riportare nero su bianco le cose che penso, le mie emozioni, il mio parere riguardo qualcosa, piccoli frammenti particolari della mia vita o situazioni esterne che mi colpiscono; è come se scrivendo mi liberassi di un peso che ho dentro e che sento il bisogno di esternare, sia che si tratti di un pensiero felice, sia che debba sfogare la mia rabbia o il mio dissenso verso qualcosa che non mi sta bene. In questo caso, volevo anche sensibilizzare le persone che non appartengono a questo mondo e non hanno vissuto in prima persona questo tragico momento e farle riflettere sul fatto che spesso non apprezziamo le piccole cose della vita ma lo facciamo solo quando ci vengono a mancare. E volevo ricordare anche l’importanza di rimanere diligenti nel rispetto delle norme da adottare per evitare che il virus continui a diffondersi".

Ecco, se a leggerti in questo momento fosse un negazionista, qual è il messaggio che vorresti ricevesse?
"Sostengo fermamente la libertà di pensiero e parola; si può non credere in un’istituzione, in una divinità, in un partito politico, in un’ideologia, in una cultura, ma non si può negare l’evidenza, soprattutto quando è sotto gli occhi di tutti ogni giorno. La situazione attuale è finzione secondo loro? Io li inviterei a fare del volontariato in qualche struttura Covid, visto che in Italia c’è un bisogno disperato di personale, così si renderebbero utili e magari cambierebbero idea riguardo".

A proposito di personale: durante la prima ondata di Covid, molti sono stati gli attestati di solidarietà nei confronti degli operatori sanitari. Adesso, invece, tante sono le notizie di cronaca che raccontano della rabbia riservata a quelle stesse figure. Cosa provi nel leggerle?
"Parto dal presupposto che i gesti solidali e i riconoscimenti fanno piacere e riempiono di orgoglio, qualsiasi sia la professione, però ho sempre pensato che fosse sbagliato chiamarci “eroi”, perché questo è il lavoro che abbiamo scelto. Quello che facciamo nei reparti Covid non è niente diverso da quello che facciamo di solito nei nostri reparti di appartenenza: tutti i giorni ci dedichiamo ai pazienti con la stessa dedizione, tutti i giorni rischiamo di poterci infettare o farci del male con qualsiasi procedura che effettuiamo, tutti i giorni assistiamo al dolore e alla sofferenza che la malattia porta con sé, eppure non ci hanno mai chiamato “eroi”, anzi. Sicuramente il carico di lavoro, soprattutto dal punto di vista emotivo e psicologico, oggi è molto più pesante rispetto ad una situazione di normalità, ma al farmi cucire addosso l’etichetta della supereroina preferirei ricevere il riconoscimento ed il rispetto che meritiamo ogni giorno. Per quanto riguarda il sentimento di ostilità che una parte di popolazione ci rivolge in questo specifico frangente, penso sia solo il frutto di una sfiducia generale nei confronti di chi sta gestendo la situazione; capisco che non sia facile affrontare di nuovo quello che abbiamo passato nella scorsa ondata di epidemia, soprattutto per chi in questo momento sta combattendo - di nuovo - per tenere in piedi le proprie imprese, ma in fin dei conti noi infermieri impegnati in prima linea siamo “vittime” del sistema quanto loro".

Prima linea, appunto. Nel tuo post parli di trincea: non ti pesa un po’ il paragone dell’attuale situazione con quella di un conflitto?
"Al al di fuori di quello che ho potuto studiare sui libri o di quello che mi raccontava mio nonno non so molto di guerre, però sento che stiamo combattendo inermi un male invisibile che ha sconvolto le vite di tutto il mondo, che ci ha privato della libertà di vivere serenamente, che continua a mietere vittime, di cui non riusciamo più a vedere la fine. E noi, con le nostre tute in polietilene, siamo proprio come i militari nelle trincee, costretti a stare giorni e giorni in attesa che il nemico si ritiri o che faccia un passo falso per attaccare e sconfiggerlo".

Proprio in questi giorni si discute molto di vacanze di Natale, cenoni in famiglia, spostamenti tra regioni: qual è il consiglio che ti senti di dare in vista di questo periodo che, per antonomasia, è quello dei ritorni, degli abbracci, delle feste e degli affetti?
"Questa è una nota dolente per me: il Natale è la mia festività preferita e vivo lontana da casa e dai miei affetti più cari. Però se vogliamo uscirne davvero il prima possibile bisogna non mollare proprio ora il buon senso che avevamo avuto nella prima ondata e che ci è mancato durante l’estate, portandoci alla situazione in cui siamo adesso. Quindi penso sia buona cosa limitare quanto più possibile gli spostamenti e gli assembramenti nelle case, soprattutto in presenza di anziani. È necessario adottare scrupolosamente precauzioni quali l’uso delle mascherine e l’igienizzazione frequente delle mani ed evitare effusioni di ogni genere. Consiglierei, in generale di sottoporsi a dei tamponi oronasali periodici, anche in assenza di sintomi, perché sono proprio gli asintomatici i soggetti più “pericolosi” in questo periodo".

Cosa ti aspetti a fine pandemia dal tuo lavoro? Come immagini il ritorno nel "tuo" reparto?
"Lavorare di nuovo in Chirurgia sarà sicuramente una gioia immensa: sarà come rientrare a casa. Non vedo l’ora di tornare alla normalità; mi mancano le piccole cose della vita di tutti i giorni, ma anche la quotidianità lavorativa senza protezioni, senza la costante paura di infettarsi, senza l’ansia generale data da questo periodo. Questo momento storico ci ha segnati in maniera indelebile e non credo che dimenticheremo mai quello che abbiamo visto e vissuto tra le corsie; porteremo sempre con noi questo ricordo doloroso. Ma per quel che mi riguarda c’è anche un aspetto positivo: questa esperienza mi sta facendo crescere dal punto di vista professionale: non ero mai stata a contatto con dei pazienti di area critica e questo sicuramente mi sarà utile per il mio futuro lavorativo".


di Sara Schiarizza
redazione@viveremacerata.it







Questo è un articolo pubblicato il 01-12-2020 alle 19:41 sul giornale del 02 dicembre 2020 - 616 letture

In questo articolo si parla di attualità, macerata, civitanova marche, articolo, coronavirus, covid hospital, sara schiarizza

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.me/bEbL





logoEV